le passioni rilette in chiave........


Questo racconto è venuto fuori da una storia vera. Un fatto di cronaca che ha lasciato il segno
Di Pat Garret
C'era freddo nella vallata. E la luce cominciava ad essere più tenue. C'era
silenzio di morte e vento forte. E c'erano cani che abbaiavano in lontananza
e fumo dai camini per i fuochi accesi che riscaldavano anime e cuori. C'era
ancora aria di festa nell'aria. E c'era il suono dei campanacci che
riecheggiava tutt'intorno. C'erano sferzate di pioggia gelida che colpivano
il viso e pungenti come lame di coltelli affilati. Pioggia fine che scendeva
e bagnava e copriva ogni cosa intorno. E c'erano sei uomini nel buio;
giacche di velluto, maschere, passamontagna e fucili. Nascosti tra cespugli
e pietre e rovi, a confondersi con il buio in agguato lassù, in alto, nel
cielo. E avanzavano nel silenzio e tutto diventava sempre più scuro. A passi
lenti e muti avanzavano lungo la stradina bianca segnata dal passaggio delle
greggi. Braccati. Rincorsi. Stanati dai nascondigli di sempre, fatti di
grotte e pietra dura. Dura come la loro pelle e la loro anima, difficile da
penetrare e da scalfire. E c'era un uomo. Trascinato in catene. Trofeo umano
da barattare per una manciata di soldi. C'era un'aria strana là intorno alla
vallata. E c'era odore di carogna se tiravi su con il naso ad annusare. Cupo
presagio di morte. Intanto sulle pendici e sui costoni del Gennargentu si
stagliavano nuvole bianche, cariche di neve e mistero.
Era il pomeriggio del 18 Gennaio dell'anno 1985. E questa era Osposidda.
La valle non era distante dal paese e, da quel posto di sentieri sterrati
addolcito dal profumo di mirto e erba, se ne scorgevano già le luci che
illuminavano le case con i tetti rossi.
Era una bella valle. In primavera scintillava di mille colori e l'odore acre
di selvatico riempiva la mente e i polmoni. Ma era ancora inverno, allora. E
Osposidda indossava pesanti abiti invernali.
Il paese era mobilitato. Le notizie si rincorrevano una dietro l'altra e le
strade erano un continuo via vai di pattuglie di polizia, posti di blocco e
carabinieri. Nulla si muoveva senza passare sotto l'occhio vigile delle
forze dell'ordine. Era appena giunta la notizia di un sequestro di persona
in territorio di Oliena. L'ennesimo sequestro che metteva la comunità
nuovamente sotto i riflettori dell'opinione pubblica. Un fiume di parole e
di inchiostro era pronto a riversarsi sulla carta, per cercare una qualche
motivazione psicologica al malessere di una comunità che non riusciva o
forse non voleva abbandonare vecchi codici di comportamento.
Io ero a casa, un orecchio ai telegiornali e gli occhi alla finestra.
Seguivo con lo sguardo mia madre che nervosamente ingannava il tempo e la
vita impegnandosi più freneticamente nei soliti lavori domestici. Il suo
correre per la casa nascondeva un certo nervosismo. Il motivo era da
ricercare nell'assenza di mio padre che, uscito all'alba in campagna ad
accudire alle bestie, tardava a rientrare. La vita del pastore è una vita
tormentata dalle stagioni e dai sospetti e questo accresceva l'ansia
nell'animo di mia madre. Lei è una donna forte, come tutte le donne
barbaricine. Rispettava un codice comportamentale antico di secoli e fatto
di silenzi e sguardi. Il suo canovaccio comunicazionale era perfetto e con
pochi gesti ed espressioni del viso o degli occhi trasmetteva ora un ordine
ora una carezza. Lei era l'anima della casa, il centro della famiglia il
vero timone. Lei e le donne come lei erano l'essenza della nostra comunità.
Osservandola furtivamente provavo ad immaginare le scene che in quel momento
occupavano la sua mente. Ed erano sequenze per niente tranquillizzanti. E se
mio padre fosse stato coinvolto in qualcosa di orribile? E se la polizia
l'avesse scambiato per un rapitore? Insomma i dubbi erano tanti. E le paure
ancora di più. Potevo solo sperare che non fosse come io e mia madre
immaginavamo e cercai di scacciare i cattivi pensieri e le immagini di
angoscia.
Scesi in strada e mi avviai verso l'uscita a nord del paese e sentivo il
concitato susseguirsi di ordini, il vociare eccitato, i poliziotti e i
carabinieri come falchi con sguardo da cacciatori alla ricerca affannata
della preda.
Immediatamente in tutta la zona era stata messa in atto la mobilitazione
prevista dal piano antisequestri: posti di blocco, battute, perquisizioni e
controlli. Il tempo passava e le forze dell'ordine giungevano da ogni parte
dell'isola. Obiettivo dell'azione era battere i sequestratori nel tempo e
bloccarli prima che potessero raggiungere i loro nascondigli sicuri.
Alle battute di polizia e carabinieri si erano aggiunte delle squadre di
volontari provenienti dal paese del sequestrato: Oliena.
Questa era la prima volta in cui l'opinione pubblica si mobilitava contro i
banditi e prendeva posizione in maniera così netta e marcata contro
quell'atto infame.
Un dubbio tuttavia alimentava le preoccupazioni degli investigatori ed era
riferito proprio a quel gruppo di volontari in quanto potevano sfuggire al
controllo e fare giustizia da sé alimentando in tal modo l'odio tra la
popolazione di Orgosolo, considerata da sempre complice in qualche misura
dei banditi, e quella di Oliena in questo caso nei panni della vittima
perché un proprio concittadino era nelle mani di quei balordi. Una giustizia
sommaria in effetti sarebbe stata quanto di più negativo potesse accadere.
La situazione da gestire era complessa; da una parte i volontari da tenere a
bada e dall'altra i malviventi, da scovare.
L'ennesimo sequestro di persona, l'ennesimo uomo in mano a uomini sbandati.
Il peso della responsabilità su una comunità già di per sé segnata dalla
storia recente e antica. Il vento del sospetto e delle supposizioni spirava
forte tra le vie del paese, tra i muri di pietra, sotto le porte e le
finestre, e gli stazzi e gli ovili.
Raggiunsi e mi riparai a ridosso di un muretto a secco poco fuori del paese.
Stavo lì fermo ad osservare il via vai di macchine e sirene e cani e urla.
Dalla mia posizione vedevo chiaramente la vallata e quello che succedeva.
Sembrava un formicaio, con macchine e uomini rimpiccioliti dal mio punto di
osservazione lontano.
Alcuni poliziotti mi fecero cenno di allontanarmi velocemente dalla zona. Io
feci finta di farlo e poco dopo tornai sui miei passi e mi rimisi nella
posizione precedente. Dalla radio della loro auto captai che il gruppo di
fuggiaschi era stato intercettato dai volontari ai piedi del Supramonte al
confine dei territori tra Oliena e Orgosolo.
L'intento dei banditi era evidente e il loro obiettivo era raggiungere i
monti aggirando l'accerchiamento, per arrivare al loro nascondiglio. Quelle
fasi concitate risuonavano d'ordini e contro - ordini che andavano e
venivano man mano che gli aggiornamenti sulla situazione lo richiedevano.
Stavo zitto adagiato sull'erba umida e mi limitavo anche nel respiro. La
montagna davanti a me era coperta da un sottile velo di nuvole. Immobile e
imponente accoglieva tutto quel frastuono nel suo ventre.
Avevo la paura dentro. Paura per me, per quello che succedeva sotto i miei
occhi, per la mia gente, per mio padre. Quel tipo di paura che fa perdere la
voce, che rende incapaci di qualsiasi reazione e che fa ripercorrere in un
attimo un'intera esistenza desiderando soltanto di essere tra le mura di
casa; al caldo, al riparo dalla minaccia. Fuori quasi nevicava e io sudavo.
E sempre la stessa paura si prendeva il mio corpo, ferocemente. E mi faceva
tremare forte.
La corteccia forte e impenetrabile era stata trafitta da un moto di orgoglio
e ribellione popolare. Erano tutti là, gli uomini del paese. "I grandi".
Quelli che conoscevano quei posti come nessuno. Erano là, con lo sguardo a
terra alla ricerca di una traccia, di un indizio. Setacciavano tutto il
territorio metro per metro e frugavano anche sotto i sassi e i cespugli.
Avanzavano lentamente e non una parola usciva da quelle bocche già da troppo
tempo cucite.
All'improvviso un indizio, un segnale inequivocabile. Avevano trovato
qualcosa che faceva presupporre la presenza dei malviventi. Con passi lenti
e furtivi procedettero tra l'erba e i rovi. Incuranti della pioggia.
Incuranti di tutto il resto. Scesero per un sentiero, dietro il costone
roccioso, avanzando bassi per nascondersi meglio. L'aria risuonava delle
grida minacciose che i malviventi rivolgevano al loro indirizzo per farli
desistere. Rimasero fermi ai loro posti e una volta individuato il luogo
dove i fuggiaschi si nascondevano, tentarono un'azione di aggiramento
insieme a polizia e carabinieri che nel frattempo erano sopraggiunti sul
posto. Una raffica di mitra squarciò il silenzio e tutti si gettarono a
terra. Le armi cominciarono a intonare il loro canto funebre e proiettili
piovevano dappertutto.
Durò più di un'ora. Fu una dura battaglia e il crepitare delle armi arrivava
sino a me. Sdraiato sul mio materasso di erba bagnata e reso più duro da
incubi e terrore. Occhi gonfi d'angoscia e tormento. Occhi che correvano su
pendii e lungo le strade, senza fermarsi mai. Occhi che pregavano di
fermarsi a riposare sulla figura di mio padre. E col pensiero intriso di
paura delineavo la sua immagine. E speravo di vederlo risalire per la strada
principale con la sua bisaccia in spalla. Inutilmente. Restai lì, in attesa
e guardingo. Ero come inebetito e assistevo allo spettacolo più feroce al
quale mai più mi sarebbe capitato di assistere. Uomini contro uomini.
L'unica differenza apparente era nei loro abiti; da una parte divise di
ordinanza e dall'altra abiti di campagna.
Gli spari cessarono improvvisamente così come erano iniziati. La valle si
riempì d'un silenzio irreale e sinistro.
La paura serpeggiò per tutto il mio corpo. E dopo un attimo di smarrimento e
sconforto, una grande forza interiore e un grande coraggio si fecero largo
in me.
La fine degli spari lasciava intendere che uno scenario orribile si sarebbe
presentato agli occhi di chiunque. Un paio di macchine della polizia
risalirono la strada a velocità sostenuta. Si fermarono poco dietro la curva
e vidi scendere un uomo con delle catene ai piedi e ai polsi. Fu caricato su
un'altra auto e portato via. E sparì nel nulla. Ambulanze arrivarono e si
diressero verso Osposidda.
Abbandonai definitivamente la paura su quel muretto di pietra e iniziai a
correre verso quel posto. Correvo e sudavo e la pioggia mi bagnava il viso.
Saltavo tra le rocce e le pietre e l'oscurità era ormai quasi dappertutto.
Paura, terrore, incredulità, forza e coraggio mi ribollivano nel sangue in
un colpo solo. Arrivai vicino ad un boschetto di lecci. Polizia, carabinieri
e volontari con torce e fucili e mitra erano dappertutto. E tutti lanciavano
urla eccitate. Mi intrufolai confondendomi tra gli uomini delle ambulanze
che con le lettighe si dirigevano verso un punto indicato dai militari.
Arrivati ad un piccolo spiazzo da dove si dominava la strada vidi due corpi
a terra. Immobili. Ricordo l'odore di bruciato e della polvere da sparo e le
centinaia di bossoli a terra vicino a quei due poveretti colpiti.
Riconobbi parecchia gente del mio paese. Li salutai e non chiesi nulla. Mi
chinai, confuso tra i soccorritori, su quei due corpi e allungai la mano per
toccarli. Le loro facce erano una maschera di dolore e lasciavano trapelare
una malvagità portata dentro da chissà quanti anni. I muscoli facciali erano
ancora tesi in una smorfia di rabbia. Sembrava non avessero voluto accettare
la resa sino al sacrificio della propria vita. La "balentìa" era stato il
loro atteggiamento di vita. E da "balenti" vollero cadere. Sollevai la testa
di uno, quello apparentemente più giovane, il quale sentendo la mia mano
dietro la nuca aprì leggermente le labbra e mosse una mano. Era ancora vivo.
Gridai ai soccorritori di avvicinarsi. Il ferito, che non avevo mai visto,
batteva insistentemente con la mano la giacca di velluto ormai zuppa di
pioggia. Batteva sulla tasca, indicava chiaramente qualcosa che dovevo fare.
Non aprì mai gli occhi e non vide mai chi io fossi. Tirò ancora
insistentemente la mano verso la tasca in una ultima, accorata, richiesta
d'aiuto. Infilai la mano ed estrassi una busta gialla dove stava scritto con
una calligrafia approssimativa - A Filomena -
Gli feci segno con due colpi sulla spalla che avevo capito e che avrei
eseguito le sue istruzioni. Vidi l'indice della mano insanguinata alzarsi
quasi a cercare un contatto fisico che lo avrebbe rassicurato. Capì il suo
desiderio e poggiai la busta tra l'indice e l'arco laterale disegnato dal
congiungimento del pollice pressando abbastanza perché lui potesse sentire
il contatto della busta e capire. Il viso era di un pallore mostruoso e
nessun respiro si avvertiva venire fuori. Il corpo e gli indumenti
completamente bagnati. Quando gli feci tastare la busta tra le dita lui
strinse per maggiore sicurezza e riallargò subito la presa. Lasciò scivolare
la mano e il braccio lungo il fianco in segno di resa e di abbandono e se ne
andò per sempre portandosi dietro il suo segreto infinito.
Rimasi lì a guardarlo, sbalordito, incredulo ed emozionato. Mi sforzai per
ricordare se quel viso fosse per me conosciuto ma non riuscii a capirlo,
anche perché protetto da una folta barba nera. Vidi che il suo corpo
sanguinava in diversi punti e sicuramente era stato colpito più volte.
Provai dispiacere e rammarico e un senso di nausea mi prese allo stomaco e
non riuscii a trattenere il vomito.
Mi allontanarono e io cercai di tenere sotto controllo l'uomo che aveva
raccolto la busta gialla. Mi avvicinai a lui. Era Giovanni Malune, un mio
compaesano. Mi tranquillizzai. Ricordo mio padre che diceva sempre di
Giovanni come di un uomo di parola e mi riproposi di parlargli una volta
giunti in paese. L'unica cosa che gli chiesi era di nascondere la busta.
"Poi ti spiego" - dissi. Lui capì e la nascose nella tasca del giubbotto
verde militare.
Mi ricordai di mio padre e ripresi a correre verso il paese. Verso casa.
Impiegai molto meno tempo a percorrere la via del ritorno. Correvo
all'impazzata e la strada era un viavai di macchine e sirene e comandi e
urla. Arrivai al paese e la gente era per strada. "Bustianeddu dov'eri. Tua
madre è disperata, corri a casa, corri." Percorsi gli ultimi duecento metri
di strada in preda al panico più totale. Pensavo a mia madre, alla sua
disperazione. Il pensiero volò di nuovo a lui, a mio padre. "E' successo
qualcosa a mio padre" pensai subito. Accelerai il passo. Entrai a casa e con
stupore, meraviglia e sollievo vidi mio padre seduto vicino al camino, sulla
solita seggiola in legno con il fondo di paglia. Si toglieva gli stivali.
"Bustianeddu, tu devi essere completamente pazzo. Tua madre è disperata di
sopra. So dov'eri, ti ha visto lo zio Giuseppe". "Ma che cavolo facevi a
Osposidda con tutto quel bordello? So che ti sei preso pena per me, me lo ha
detto Mariane. Ma non dovevi andare là. Non dovevi. Non sono affari nostri
quelli, ed è sempre meglio stare lontani da queste storie". Lui parlava e mi
rimproverava severo, ma con tono pacato e tranquillizzante.
Poi di colpo diventò serio, si voltò fissandomi negli occhi e io ho sentito
il suo sguardo entrarmi dentro, sino all'anima. "Chi c'era a Osposidda. Chi
ti ha visto? Ziu Titinu c'era? Chi ti ha visto? C'era anche ziu Titinu?
Rispondi!". "Hai visto Mario Arroganti? Voglio sapere chi c'era chi hai
visto e chi ti ha visto". Notai la paura salirgli in volto. Ora il suo
sguardo era di fuoco, quasi allucinato, ed io lo sentivo frugare dentro il
mio cervello. Era diventato un altro. Sembrava impaurito da qualcosa.
Mi sedetti accanto a lui e con voce tremante gli raccontai tutto quello che
avevo visto e sentito dal momento in cui ero uscito da casa. Gli raccontai
del muretto, della polizia, della sparatoria, della mia pena per lui, del
bandito morto e della sua busta gialla. Gli dissi che avevo avuto molta
paura per lui anche se non ne avevo nessun motivo. Gli dissi che non era
giusto che succedessero quelle cose e che la polizia, i carabinieri, i
volontari erano contenti anche se cinque uomini erano a terra ormai freddi,
morti.
Furono giorni difficili quelli che seguirono. Il paese era quasi paralizzato
e sotto assedio dalle forze di polizia. Interrogatori e perquisizioni erano
all'ordine del giorno. Mio padre continuava ad essere preoccupato per il
fatto che io fossi andato a Osposidda. Continuava a farmi sempre le stesse
domande, ossessionato, per capire chi mi avesse visto. Lo faceva sempre
quando eravamo soli; non voleva che mia madre sentisse e si prendesse paura.
Ma a me questa cosa non sembrava così grave o perlomeno non quanto quello
che successe la sera stessa della sparatoria.
I quattro banditi morti erano stati portati a Nuoro e quello che successe
provocò una forte contestazione da parte dell'opinione pubblica. Questo
perché quando le forze dell'ordine entrarono in città scortando i cadaveri
dei sequestratori, iniziarono un corteo di clacson quasi ad inneggiare i
trofei di una battuta di caccia al cinghiale come in uso in Barbagia. Trofei
umani esposti al pubblico ludibrio non fecero altro che aumentare la pietà
verso quei poveretti, sfortunati nella vita e tormentati nella morte.
Una "vittoria" contesa tra polizia e carabinieri che alimentava,
aumentandola, la diffidenza nei confronti delle forze di polizia.
Questo episodio mi colpì fortemente perché la dignità umana era stata
calpestata senza ritegno. Mio padre pensava a chi mi avesse visto nella
valle di Osposidda, io pensavo a quei poveretti morti senza causa e senza
onore e coperti di vergogna e rancore.
E poi venne il giorno dei funerali dei quattro banditi. Venne il giorno
della resa dei conti della loro anima al cospetto di Dio. I parenti e gli
amici portavano in spalla le loro bare e il corteo che si avvia mestamente
verso il cimitero. Dietro le bare le mamme anziane e le donne da sempre
avvolte nei loro scialli neri che coprivano il viso nell'intento di
nascondere anche un po' di vergogna. I rosari in mano, sgranocchiati
sottovoce e percepibili soltanto da un leggero movimento labiale. Sofferenza
e disperazione negli occhi lucidi di pianto in una continua smorfia che
tradiva l'antica fierezza. Il lamento cantilenante in uso dalle nostre parti
ad esprimere tutto il dolore. I rintocchi delle campane a morto accompagnava
il corteo che avanzava lentamente in silenzio con il pensiero ancora a quel
giorno.
Vidi Caterina sorretta per un braccio da un'amica. La vidi in tutta la sua
fragilità interiore, nella sua voragine di dolore sopportato in silenzio e
con una compostezza esemplare. Vidi nei suoi occhi la rabbia per un destino
ingiusto, per un sogno svanito. I suoi progetti di vita caduti con il suo
Antonio sulla terra bagnata nel boschetto di Osposidda. E lo strazio per
quella morte violenta non facile da dimenticare. Caterina era bellissima con
la sua carnagione bianca. Le lacrime cadevano silenziose sul suo viso e
intaccavano una purezza ancora viva. Di tanto in tanto pronunciava il nome
del suo Antonio chiedendosi "perché!". "Antonio" e "perché!" ripetuti
all'infinito alla ricerca di un motivo ragionevole per dare un senso ad un
destino così amaro. E più pronunciava quelle due parole e più sentiva il
peso della solitudine che da lì a poco si sarebbe impadronita della sua
anima innocente, candida e pura.
Le preghiere di rito, le ultime strazianti scene di addio. La sepoltura fu
eseguita e tutti tornammo verso le nostre case ognuno con il peso dei propri
interrogativi.
Furono giorni di riflessione quelli che seguirono e in tutti la speranza che
un così alto sacrificio sarebbe servito a fare cambiare radicalmente un
costume ed un codice di comportamento antichi e superati. Avrei voluto
vedere fiorire una nuova stagione nell'animo di ognuno ed un sorriso sulle
labbra di Caterina.
Qualche tempo dopo, avendo saputo che ero stato io a tenere la mano di
Antonio nel momento della sua morte, Caterina mi chiamò nella sua casa e mi
fece leggere il contenuto di quella busta gialla ancora macchiata di sangue.
Non dimenticherò mai il suo viso e i suoi occhi.
E se Dio avrà pietà per gli errori che gli uomini commettono in vita,
Caterina e Antonio si rincontreranno un giorno, lassù nei cieli.
Caterina
T'happo bidu ki jukìas alas de mariposa
Lassar andare sa libertade tua in caminos impruveraos
In s'incantu de domos de preda
Sa luche de sos okros tuos m'accraran su caminu
Deo no t'happo juttu zoikas de oro de faker biere
Ma un'amore secretu de ammantennere
E de jukere pro semper initro de su coro tuo
Lacrimas de lamentu
Lacerimas de dolore
In sa cara tua de pizzinna minore
Mi ke so andau pro biazzare allargu
E su caminu k'happo fattu no est fazile de cumprendere
Perdona sa manera de s'abbandonu meu
Perdona su zudissiu k'appo lassau de mene
Accurziu a sa funtana antica
Feminas bistias a nigheddu
Kin broccas in conca
Zelant secretos de contare in s'attera bida
Inoke
In kustu loccu ki est in zentru a su mundu
Ube su sambene meu si k'intrat in sa terra
E si faket frittu che nibe
E semper prus tostorau mi k'arzio in su chelu
Non m'ispettat su prengher tuo
Sa boche 'e s'istria trunka sa notte fritta
Isperas de luna s'imberghen in su ribu
Allargu
In karchi aggorru de su chelu
Happo a attendere a sa bida tua naschende
Pro semper pranghende chi deo non de sia istau parte
Caterina
Ti ho vista con ali di farfalla
Librare la tua libertà lungo strade polverose
Nei silenzi di case di pietra
La luce dei tuoi occhi illumina la mia strada
Io non ti ho regalato gioielli d'oro da esibire
Ma un amore segreto da custodire
E portare per sempre nel profondo del tuo cuore
Lacrime di tristezza
Lacrime di dolore
Sul tuo viso di innocente
Sono partito per un viaggio lontano
E la strada che ho percorso non è facile da capire
Perdona il modo in cui ti ho lasciata
Perdona il modo in cui sono ricordato
Vicino alla fonte antica
Donne vestite di nero
Con brocche sulla testa
proteggono segreti da raccontare in un'altra vita
Qui
In questo centro del mondo
Dove il mio sangue entra nella terra
E diventa freddo
E sempre più freddo me ne vado in cielo
Non merito il tuo pianto
Il canto di una civetta spezza la notte fredda
Raggi di luna si riflettono sul fiume
Lontano
Da qualche parte nel cielo
Veglierò sulla tua giovane vita
Nel rimpianto di non averla vissuta
Nota dell'Autore - Osposidda è un territorio in agro di Orgosolo che il 18
Gennaio 1985 è stato teatro di una delle pagine più buie del banditismo in
Sardegna. Per la prima volta il paese si ribellava all'ennesimo sequestro di
persona e organizzò una battuta sulle tracce dei sequestratori per liberare
l'ostaggio. Nel corso di una di queste battute i banditi vennero
intercettati e dal conflitto a fuoco che ne seguì cinque uomini rimasero a
terra uccisi. Quattro latitanti e un poliziotto.
Come si svolsero realmente i fatti non si sa ancora di preciso ma certamente
destò parecchio risentimento il fatto che i corpi dei banditi uccisi furono
portati all'obitorio della vicina Nuoro su auto strombazzanti, come in uso
in Barbagia dopo la caccia al cinghiale.
Quel giorno oltre a cinque corpi crivellati di colpi fu uccisa, anche la
dignità di ciascuno di loro.